Mussolini si era lasciato trascinare dal facile bellicismo parolaio e aveva precipitato nella tragedia il popolo italiano che nella sua inconsapevole incoscienza applaudiva a Piazza Venezia il 10 giugno 1940. Il pane era stato subito poco, e poi sempre di meno. Il conflitto mondiale era entrato nelle case con i bombardamenti, con i racconti di chi era stato al fronte in Grecia, in Africa, in Russia, con le comunicazioni delle morti in battaglia, con il ritorno dei feriti e dei reduci. Non c'era censura che potesse impedire di andare al di là dei resoconti ottimistici e narcotizzanti della propaganda.
La morte e risurrezione del fascismo sotto tutela delle baionette di Hitler aggiunge un elemento di incrudelimento alla contrapposizione militare, perché investe aspetti ideologici e perché per certi versi impone di scegliere, e non sempre si può scegliere. L'Italia è preda, gli italiani sono predati, con o senza uniforme militare. I tedeschi dissanguano il Paese con la sistematica spoliazione delle risorse e le battaglie di logoramento, gli alleati faticano oltre ogni previsione nell'allentare quello strangolamento. Le distruzioni proiettano la penisola secoli indietro, quando le grandi potenze ne avevano fatto il campo di battaglia nelle contese europee. I bombardamenti aerei alleati dopo l'8 settembre mietono il doppio delle vittime di quelle del periodo 1940 - 1943, quando cioè l'Italia nel suo complesso era al fianco della Germania. C'era stato un rimescolamento che disorientava e spiazzava, perché troppo turbinoso e troppo repentino: dalla guerra assieme ai tedeschi si era passati alla guerra contro i tedeschi, pensando nel frattempo di poter fare una guerra senza i tedeschi e addirittura di non fare più la guerra e basta.
Marco Patricelli - Il nemico in casa. Storia dell’Italia occupata (1943 - 1945)
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