Nell'inferno del deserto, la parola d'ordine è una sola: adattarsi o morire. E l'adattamento ha richiesto milioni di anni di evoluzione.
Non si può dire certo che il deserto sia un habitat brulicante di vita, soprattutto se lo si attraversa nelle ore più calde del giorno. Però, appena tramonta Il sole, ecco che sbuca fuori un numero incredibile di animali, in prevalenza di dimensioni modeste. Sembra infatti che una delle carte vincenti in quell'habitat ostile sia la piccolezza. Essere piccoli significa non avere bisogno né di troppa acqua né di troppo cibo. Significa trovare più facilmente un buchetto dove ripararsi dei raggi cocenti del Sole. Sono insetti, ragni, scorpioni, lucertole, serpenti, piccoli mammiferi. Anche sauri formato mignon come i geconidi del genere Saurodactylus, lunghi appena quattro centimetri, due e mezzo dei quali spettano alla coda. E mammiferi minuscoli come i topi canguro del genere Dipodomys. O come le volpi pigmee o volpi dalle grandi orecchie dei deserti sud occidentali americani. Ma soprattutto i rettili si adattano al deserto in maniera stupefacente. Ci sono poi i “pesci di sabbia” che non sono affatto pesci, bensì rettili del genere Scincus. Si chiamano così perché sembra che nuotino nella sabbia come pesci.
I rettili sono animali a sangue freddo. Ma quando una lucertola si crogiola al sole, la temperatura del suo sangue sale e il suo metabolismo si fa più attivo. Se però la temperatura supera un valore limite, che differisce da specie a specie, allora la lucertola è costretta a rifugiarsi in una fenditura della roccia o in una tana sotterranea. Al tramonto, quando la sabbia, che è cattiva conduttrice del calore, si raffredda, anche il corpo del rettile diventa freddo. Insomma, come gli anfibi e i pesci, anche i discendenti dei dinosauri non sono capaci di mantenere costante la temperatura del corpo. Cosa che invece sanno fare egregiamente uccelli e mammiferi.
C’è anche chi sa dosare con grande abilità la quantità di calore che assorbe. Prendiamo ad esempio l’uromastice, la lucertola del deserto che gli arabi chiamano “Dab”. Al mattino, quando il sole è ancora debole, il suo dorso, di un bruno scurissimo, assorbe maggior quantità di calore e l’animale si dispone perpendicolarmente ai raggi solari. Più tardi, quando l’insolazione aumenta, l’uromastice cambia colore e posizione. La livrea si fa più chiara in modo da assorbire meno calore. Ma quando la temperatura supera i 40/42 gradi, anche il sauro non ce la fa più e deve rifugiarsi all’ombra, pena la morte. Generalmente gli abitanti del deserto hanno lo stesso colore della sabbia o delle rocce, cosa che li rende quasi invisibili.
Se c’è un predatore in vista, gli animali che vivono nei deserti, generalmente non fuggono. Preferiscono interrarsi. Si mettono a scavare una cunetta con rapidità impressionante e vi si infilano a tempo di record. Maestra in quest’arte è la vipera cornuta, così chiamata per via dei due cornetti che le spuntano sopra gli occhi. La sua tecnica di scavo è singolare. Se c’è un pericolo in vista, l’animale si adagia, rimane per un attimo immobile, poi con estrema rapidità si mette a girare all’impazzata, incominciando dalla coda che fa da pala. E in men che non si dica sprofonda nella sabbia. Dell’animale interrato affiorano solo gli occhi e i cornetti.
Isabella Lattes Coifmann
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