sabato 8 marzo 2025

Concatenazioni

Il Mahatma diceva: “Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.


venerdì 7 marzo 2025

giovedì 6 marzo 2025

Anima e poesia

La parola anima è una parola immortale, in certi poemi è incancellabile, è una parola del respiro.

L'importanza vocale di una parola deve di per sé stessa attirare l'attenzione di un fenomenologo della poesia. 

Gaston Bachelard - La poetica dello spazio

mercoledì 5 marzo 2025

La vita nell’inferno del deserto

Nell'inferno del deserto, la parola d'ordine è una sola: adattarsi o morire. E l'adattamento ha richiesto milioni di anni di evoluzione.

Non si può dire certo che il deserto sia un habitat brulicante di vita, soprattutto se lo si attraversa nelle ore più calde del giorno. Però, appena tramonta Il sole, ecco che sbuca fuori un numero incredibile di animali, in prevalenza di dimensioni modeste. Sembra infatti che una delle carte vincenti in quell'habitat ostile sia la piccolezza. Essere piccoli significa non avere bisogno né di troppa acqua né di troppo cibo. Significa trovare più facilmente un buchetto dove ripararsi dei raggi cocenti del Sole. Sono insetti, ragni, scorpioni, lucertole, serpenti, piccoli mammiferi. Anche sauri formato mignon come i geconidi del genere Saurodactylus, lunghi appena quattro centimetri, due e mezzo dei quali spettano alla coda. E mammiferi minuscoli come i topi canguro del genere Dipodomys. O come le volpi pigmee o volpi dalle grandi orecchie dei deserti sud occidentali americani. Ma soprattutto i rettili si adattano al deserto in maniera stupefacente. Ci sono poi i “pesci di sabbia” che non sono affatto pesci, bensì rettili del genere Scincus. Si chiamano così perché sembra che nuotino nella sabbia come pesci. 

I rettili sono animali a sangue freddo. Ma quando una lucertola si crogiola al sole, la temperatura del suo sangue sale e il suo metabolismo si fa più attivo. Se però la temperatura supera un valore limite, che differisce da specie a specie, allora la lucertola è costretta a rifugiarsi in una fenditura della roccia o in una tana sotterranea. Al tramonto, quando la sabbia, che è cattiva conduttrice del calore, si raffredda, anche il corpo del rettile diventa freddo. Insomma, come gli anfibi e i pesci, anche i discendenti dei dinosauri non sono capaci di mantenere costante la temperatura del corpo. Cosa che invece sanno fare egregiamente uccelli e mammiferi. 

C’è anche chi sa dosare con grande abilità la quantità di calore che assorbe. Prendiamo ad esempio l’uromastice, la lucertola del deserto che gli arabi chiamano “Dab”. Al mattino, quando il sole è ancora debole, il suo dorso, di un bruno scurissimo, assorbe maggior quantità di calore e l’animale si dispone perpendicolarmente ai raggi solari. Più tardi, quando l’insolazione aumenta, l’uromastice cambia colore e posizione. La livrea si fa più chiara in modo da assorbire meno calore. Ma quando la temperatura supera i 40/42 gradi, anche il sauro non ce la fa più e deve rifugiarsi all’ombra, pena la morte. Generalmente gli abitanti del deserto hanno lo stesso colore della sabbia o delle rocce, cosa che li rende quasi invisibili.

Se c’è un predatore in vista, gli animali che vivono nei deserti, generalmente non fuggono. Preferiscono interrarsi. Si mettono a scavare una cunetta con rapidità impressionante e vi si infilano a tempo di record. Maestra in quest’arte è la vipera cornuta, così chiamata per via dei due cornetti che le spuntano sopra gli occhi. La sua tecnica di scavo è singolare. Se c’è un pericolo in vista, l’animale si adagia, rimane per un attimo immobile, poi con estrema rapidità si mette a girare all’impazzata, incominciando dalla coda che fa da pala. E in men che non si dica sprofonda nella sabbia. Dell’animale interrato affiorano solo gli occhi e i cornetti.

Isabella Lattes Coifmann


martedì 4 marzo 2025

Il precipizio della guerra

Mussolini si era lasciato trascinare dal facile bellicismo parolaio e aveva precipitato nella tragedia il popolo italiano che nella sua inconsapevole incoscienza applaudiva a Piazza Venezia il 10 giugno 1940. Il pane era stato subito poco, e poi sempre di meno. Il conflitto mondiale era entrato nelle case con i bombardamenti, con i racconti di chi era stato al fronte in Grecia, in Africa, in Russia, con le comunicazioni delle morti in battaglia, con il ritorno dei feriti e dei reduci. Non c'era censura che potesse impedire di andare al di là dei resoconti ottimistici e narcotizzanti della propaganda. 

La morte e risurrezione del fascismo sotto tutela delle baionette di Hitler aggiunge un elemento di incrudelimento alla contrapposizione militare, perché investe aspetti ideologici e perché per certi versi impone di scegliere, e non sempre si può scegliere. L'Italia è preda, gli italiani sono predati, con o senza uniforme militare. I tedeschi dissanguano il Paese con la sistematica spoliazione delle risorse e le battaglie di logoramento, gli alleati faticano oltre ogni previsione nell'allentare quello strangolamento. Le distruzioni proiettano la penisola secoli indietro, quando le grandi potenze ne avevano fatto il campo di battaglia nelle contese europee. I bombardamenti aerei alleati dopo l'8 settembre mietono il doppio delle vittime di quelle del periodo 1940 - 1943, quando cioè l'Italia nel suo complesso era al fianco della Germania. C'era stato un rimescolamento che disorientava e spiazzava, perché troppo turbinoso e troppo repentino: dalla guerra assieme ai tedeschi si era passati alla guerra contro i tedeschi, pensando nel frattempo di poter fare una guerra senza i tedeschi e addirittura di non fare più la guerra e basta.

Marco Patricelli - Il nemico in casa. Storia dell’Italia occupata (1943 - 1945)


lunedì 3 marzo 2025

Paesaggi sonori

Il “miracolo”, con i suoi imponenti flussi migratori prima dal Nordest al Nordovest, quindi dal Sud al Nord, con i suoi drammatici travasi dalla campagna alla città, vide il definitivo trionfo di una nuova Italia urbana su quella agricola del passato. Al centro di questa nuova Italia sorgeva la fabbrica fordista, dominante non tanto sotto l'aspetto numerico, quanto sotto  quello tecnologico e simbolico:

“Il rumore era forte e le officine erano impressionanti. Erano grandi già allora che la fabbrica era un terzo di quello che è oggi. Grandi, pulite e ordinate, con molta luce. Ciascuno aveva il suo posto di lavoro e ciascuno agiva per conto suo, con grande sicurezza …  Il rumore mi rapiva, il sentire andare tutta la fabbrica come un solo motore mi trascinava e mi obbligava a tenere con il mio lavoro il ritmo che tutta la fabbrica aveva. Non potevo trattenermi, come una foglia di un grande albero scosso in tutti i suoi rami dal vento”.

Paolo Volponi Memoriale

La classe operaia industriale, che da queste enormi macchine per la produzione standardizzata traeva tanto il proprio sostentamento quanto la propria condizione di oppressione, emerse come un soggetto sociale e politico di primaria importanza. 

Paul Ginsborg - L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato.


domenica 2 marzo 2025

La confusione delle lingue come castigo divino

L’esegesi religiosa ha tradizionalmente interpretato il racconto della costruzione della torre di Babele  (Genesi II, 1-9) come un episodio dell’avventura eminentemente conflittuale che, nell’Antico Testamento, unisce Dio agli uomini. Dio castiga gli uomini impedendo loro di capirsi, poiché, edificando la torre che presumibilmente avrebbe unito il cielo alla terra, essi ostacolano il progetto divino che, come si apprende dal racconto iniziale della creazione, mira invece a dividere il cielo dalla terra.

L’episodio della torre di Babele appare come la risposta che la cultura ebraica dà alla constatazione empirica della pluralità delle lingue e agli interrogativi di ordine metafisico che essa pone. Questa risposta postula che tale pluralità non sia originale, contemporanea al momento iniziale della creazione, ma che, al contrario, succeda ad una fase di unicità linguistica.

“L'Occidente, così come è  monoteista in materia religiosa e monoscientista in materia di conoscenza (l'unità della scienza è stato il tema centrale della filosofia fino all’epoca moderna), è originariamente monogenetista in materia linguistica” (S. Auroux).

Non tutte le culture postulano la monogenesi linguistica

Olivier Soutet  Manuale di linguistica


2 marzo 2025