sabato 22 marzo 2025

Dalla grammatica all’ontologia

Chi scrive malamente, non può che pensare malamente. Con scarse nozioni grammaticali anche l'essere perde consistenza e Gaunilone trionfa su Sant'Anselmo. Senza grammatica non c'è alcun mondo terreno né extraterreno: viene meno anche la base stessa dell'esistenza di Dio. Diceva, non a torto, Nietzsche che Dio esisterà finché esisterà la grammatica! 

Dizionario degli errori Rusconi Editore (Introduzione)


venerdì 21 marzo 2025

Parole allineate su grandi scaffali

I dizionari si possono ancora definire i custodi della lingua? Un tempo i vocaboli erano scelti con grande cura e spesso rifiutati, perché ritenuti inaccettabili. Era un onore per una parola entrare a far parte, a tutti gli effetti, dell'italiano. Oggi invece, un dizionario raccoglie in genere tutte le parole, senza alcuna operazione selettiva, e le espone all'ingenuo consultatore come un qualsiasi prodotto commerciale sugli scaffali di un supermercato. Chi consulta un dizionario cerca anche un indirizzo di lettura, non soltanto un elencazione d'uso; chiede di poter scegliere la parola migliore e la più appropriata non quella che è più facile usare o è più pubblicizzata dai media. E se non c'è più qualcuno in grado di fornire una chiave di lettura, secondo quali principi si potranno individuare i significati propri, le possibili sfumature o i sensi nascosti di ciascun vocabolo? 

Le parole non sono più analizzate con lo stesso rigore grammaticale di un tempo: a nessuno più interessa ricercare le vere radici dell'essere né scoprire le segrete desinenze del divenire. Non è più la parola, in base all'etimologia, a determinare il significato ma è il contesto che confeziona alla parola l'abito adatto alle circostanze. Il contesto, questo micidiale livellatore verso il basso, ha reso tutte le parole simili e intercambiabili, affrancando qualsiasi significato. È il contesto che santifica e redime le impurità linguistiche, trasmutando i significati possibili in significati reali. 

Dizionario degli errori Rusconi Editore (Introduzione)


giovedì 20 marzo 2025

Ad Parnassum

Paul Klee

Ad Parnassum

Olio su tela, 1932

Berna, Kunstmuseum


Paul Klee, accusato dai suoi critici di dipingere scarabocchi per bambini, era invece un intellettuale, uno scienziato e un filosofo. Aveva elaborato una complessa teoria dell'arte e non dipingeva neanche un punto senza sapere perché. Non avrebbe mai voluto che ci chiedessimo che cosa rappresenta Ad Parnassum. L'arte non è imitazione, non deve riprodurre il visibile - diceva - ma rendere visibile l'interno occulto delle cose. La chioma di un albero non somiglia alle sue radici. Lui voleva sbarazzarsi di chi in un quadro va a caccia delle parvenze esteriori della natura e degli oggetti reali del mondo. Così, di questi, è rimasto solo il riflesso, come un’eco sul punto di spegnersi. Un cerchio arancio che potrebbe essere un sole, due linee scure che potrebbero rappresentare il tetto di un edificio (o una montagna, o una piramide), tre cunei che indicano direzioni opposte, un arco che ricorda una porta. Insomma, le forme essenziali: i punti, le linee, colori. I primi si aggregano in disegni geometrici, le seconde misurano le superfici, i tre colori fondamentali (giallo-rosso-blu) si combinano in infinite variazioni. La tela è intessuta di punti di colore, come minuscole tessere di mosaico - o squame di serpente o scaglie iridescenti di pesce. Klee riteneva che l'opera fosse un organismo, natura essa stessa, soggetta alle medesime leggi della cellula e del cosmo: i punti di Ad Parnassum brulicano come stelle nel firmamento.


Melania G. Mazzucco - Il museo del mondo

mercoledì 19 marzo 2025

Chiese d’Abruzzo

Nella chiesa d'Abruzzo c'è meno retorica ma più canto che in tante altre chiese molto reputate e famose. San Pietro è un'opera di circostanza e, con tutta la differenza di qualità, una specie di Vittoriano anticipato. 

Alberto Savinio - Lo Dico a te, Clio


martedì 18 marzo 2025

Malinconia

Affezione patologica, struttura caratteriale o temporaneo stato d'animo?

Nel linguaggio moderno la parola malinconia o melanconia si usa per indicare indifferentemente cose alquanto diverse tra di loro. Può indicare una malattia mentale caratterizzata essenzialmente da attacchi di ansietà, di profonda depressione e stanchezza, benché indubbiamente di recente il concetto medico si sia in gran parte disintegrato. Può indicare un tipo di carattere (in genere associato a un certo tipo di fisico) che insieme con il carattere sanguigno, collerico e flemmatico, costituiva il sistema dei quattro “umori”, o delle “quattro complessioni”, come si diceva anticamente. Può indicare un temporaneo stato d'animo, talvolta penoso e deprimente, talaltra solo dolcemente pensoso o nostalgico. In questo caso si tratta di un'inclinazione puramente soggettiva, che per traslato può essere attribuita al mondo oggettivo, per cui a buon diritto è possibile parlare della “malinconia della sera”, della “malinconia dell'autunno”, o anche, come fa il principe Hal di Shakespeare, della “malinconia di Moor-ditch” (Il principe Hal, diminutivo familiare di Henry, canzona Falstaff, che si dice malinconico, evocando il fossato di melma fetida di moorditch, che si diceva provocasse melanconia nel senso di malattia mentale).


La base originaria di questi diversi significati fu la concezione del tutto letterale di una parte concreta, visibile e tangibile, del corpo, la “bile nera” (atra bilis - melaina Kole - melancolia).

che, insieme con il flegma, con la bile gialla (o rossa”) e il sangue, formava i quattro umori”.

Questi umori si credeva corrispondessero agli elementi del cosmo e alle suddivisioni del tempo; controllavano tutte le esistenza e i comportamenti dell'umanità e, a seconda del modo in cui si combinavano, determinavano il carattere degli individui.


“Esistono infatti quattro umori nell'uomo, che imitano i diversi elementi; aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano ognuno in una diversa età. Il sangue imita l'aria, aumenta in primavera, domina nell'infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate, domina nell'adolescenza. La bile nera ovvero la melanconia imita la terra, aumenta in autunno, domina nella maturità. Il flegma imita l'acqua, aumenta in inverno, domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l'uomo prospera.” Anonimo  De mundi constitutione 


In queste chiare, nitide affermazioni di un filosofo naturale dell'alto Medioevo abbiamo l'antica dottrina dei “quattro umori”.


Raymond Klibansky, Erwin Panofsky, Fritz Saxl - Saturno e la melanconia. Studi di storia della filosofia naturale, religione e arte.

lunedì 17 marzo 2025

Una ragazza travestita

È la verità che conta.

Adesso che sono vecchia, sono finalmente serena per poter vivere.Posso parlare e dare alle parole e ai tempi il loro posto. Mi sento un po' affaticata. Non sono gli anni che mi pesano, ma soprattutto quello che non sono riuscita a dire: tutto quello che non ho detto e che ho dissimulato. Non avrei mai creduto che una memoria, piena di silenzi e di sguardi impenetrabili, potesse diventare un sacco di sabbia che rende difficile il cammino.


Ce ne ho messo di tempo, per raggiungervi, amici!

La piazza è sempre rotonda. Come la follia.

Non è cambiato niente. Né il cielo, né gli uomini.


Sono contenta di essere finalmente qui. Voi siete la mia liberazione, la luce dei miei occhi.

Le mie rughe sono belle e tante. Quelle sulla fronte sono le tracce della verità e la testimoniano. Sono l'armonia del tempo.


Quelle sul dorso della mano sono le linee della buona e della cattiva sorte. Guardate come si intrecciano: indicano percorsi del destino e disegnano una stella dopo la sua caduta nelle acque di un lago. 


È qui che sta scritta la storia della mia vita: ogni ruga è un secolo, una strada in una notte d'inverno, una sorgente di acqua limpida nelle brume del mattino, un incontro in una foresta, una rottura, un cimitero, un sole incendiario… 


Qui, sul dorso della mano sinistra, questo segno lungo è una cicatrice. Un giorno la morte si è fermata e mi ha teso una specie di pertica. Forse per salvarmi. L’ho spinta via con il dorso della mano. È tutto semplice purché non ci si metta in mente di deviare il corso del fiume. Nella mia storia non c'è né grandezza né tragedia. È solo strana.


Ho superato ogni sorta di violenza per meritarmi la passione e diventare un enigma. Ho camminato per tanto tempo nel deserto; ho misurato la notte e addomesticato il dolore. Ho conosciuto “la lucida ferocia dei giorni migliori”, quei giorni in cui tutto ti sembra tranquillo.


Amici! Quanto sto per confidarvi sembra vero. Ho mentito. Ho amato e tradito. Ho attraversato il paese e i secoli. Spesso mi sono appartata, solitaria tra i solitari. Sono arrivata alla vecchiaia in un giorno d'autunno, con la faccia rivolta all'infanzia, intendo dire quell'innocenza di cui sono stata privata. Ricordatevelo! Durante l'adolescenza la mia identità è stata torbida e vacillante. Sono stata una ragazza travestita per volontà di un padre che si sentiva umiliato, diminuito perché non aveva avuto figli maschi. Come sapete bene, sono stata io quel figlio maschio sognato. Il resto alcuni di voi lo conoscono; gli altri ne hanno sentito parlare qualche volta. Quanti si sono arrischiati a raccontare la vita di questa creatura di sabbia e di vento hanno avuto delle noie: alcuni sono stati colpiti da amnesia; altri sono stati sul punto di dannarsi l'anima. Vi hanno raccontato delle storie. Non ero né stupida né turbata. Sapevo bene che scomparendo avrai lasciato dietro di me di che alimentare le storie più stravaganti. Ma siccome la mia vita non è un racconto, ci tengo a ristabilire la verità dei fatti e a rendervi partecipi del segreto custodito sotto una pietra nera in una casa dalle alte mura in fondo a una stretta via chiusa da sette porte.


Tahar Ben Jelloun - Notte fatale (Preambolo)



domenica 16 marzo 2025

Jung e Freud a confronto

Un sogno, descrittivamente, è una più o meno estesa sequenza di immagini che si presentano durante il sonno. Talvolta ciò che vediamo ha una sua coerenza realistica e sembra alludere a oggetti o avvenimenti tratti dalla vita diurna o addirittura riprodurli; altre volte si tratta invece gli episodi strani, ‘impossibili’, che contraddicono le leggi naturali o comunque le aspettative del sognatore e sembrano aprire uno spiraglio su di un mondo ‘altro’, sconosciuto e perciò stesso inquietante.

Di fronte al fenomeno del sogno la mente riflessiva si è da sempre posta il problema del significato; si potrebbe scrivere una storia della cultura assumendo come punto di riferimento le idee che nelle varie epoche storiche sono state espresse sull'esperienza onirica. D'altro canto, mi sembra interessante notare come l'uomo comune abbia un atteggiamento ambivalente nei confronti dei sogni: da una parte ne è attratto come da ogni altra cosa che allude a un mistero; al tempo stesso però tende a minimizzare il significato dei propri sogni, a banalizzarli e, salvo eccezioni, a rapidamente dimenticarlo. 

Le cose non sono molto cambiate con l'avvento della psicoanalisi, malgrado l'importanza attribuita ai sogni da questa dottrina. Il sogno viene perciò valorizzato soprattutto negli studi degli psicoanalisti oltre che, da sempre, nelle stanze dei poeti. 

La psicoanalisi conosce due dottrine del sogno, tra loro assai diverse ma non necessariamente incompatibili. La prima, e più nota, è quella elaborata da Freud, secondo cui il sogno rappresenta il soddisfacimento mascherato di desideri rimossi. Questa tesi consegue direttamente alla teoria secondo cui l'inconscio è, per così dire, il deposito dei materiali psichici incompatibili e, in particolare, della sessualità infantile rimossa. La teoria freudiana è dunque orientata in senso causale-riduttivo in quanto, secondo il modello positivistico cui Freud esplicitamente si ispira, è volta a cogliere nelle manifestazioni attuali della vita psichica le cause che ne sono il fondamento, a vederle cioè come espressioni delle vicende dell'istinto sessuale.

La dottrina junghiana, senza negare la possibilità e anche, in certi casi, l'opportunità di considerare i fenomeni onirici da questo punto di vista, propone però una diversa teoria dei sogni. Essa si fonda sul concetto di compensazione, secondo il quale i contenuti onirici hanno appunto la funzione di compensare, cioè di bilanciare o riequilibrare un atteggiamento cosciente e orientato troppo unilateralmente. Il principio di compensazione onirica è un'applicazione particolare della generalissima teoria junghiana per la quale la vita procede dal gioco degli opposti e la sanità psichica consiste nella capacità di tenere i contrari in un equilibrio che è costantemente minacciato di dissociazione.

L'interpretazione junghiana dei fenomeni onirici è perciò orientata in senso non già causale ma finalistico, in quanto ammette che i sogni abbiano per così dire uno scopo e vogliono perciò ottenere un effetto. Espresso in termini generali, l'effetto dovrebbe essere appunto quello di facilitare l'accordo, sempre variamente compromesso, tra atteggiamento cosciente e atteggiamento inconscio, forzando la coscienza del sognatore a prendere in considerazione dati essenziali dei quali questa non vuole riconoscere l'esistenza o l'importanza. Il finalismo del sogno sta dunque nel favorire nuove sintesi, nuove configurazioni in cui gli opposti stiano in tensione. Operatore di tali sintesi è, come vedremo, il simbolo.

Per completare il quadro, occorre aggiungere che la concezione junghiana non riduce alla sessualità le multiformi manifestazioni della vita psichica e che, inoltre, non ritiene che l'inconscio sia soltanto il deposito dei desideri rimossi. In altri termini, mentre l'inconscio freudiano è costituito essenzialmente da materiali che una volta sono stati coscienti (per cui si può dire che la rimozione fonda l'inconscio), l'inconscio junghiano si estende al di là del territorio del rimosso.

Oltre l'inconscio personale, Jung, riprendendo temi già presenti nella filosofia e nella letteratura dell'età romantica, postula l'esistenza di un inconscio collettivo (o psiche oggettiva) comune all'umanità intera e retto da archetipi, intesi come patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuali. La loro funzione è quella di organizzare l'immaginario collettivo: figure e motivi mitici e favolistici ricorrenti nella cultura di tutti i popoli, così come nei sogni degli individui, devono intendersi pertanto come luoghi in cui si manifesta l'archetipo quale categoria a priori che struttura l'esperienza immaginale. Tali contenuti archetipici hanno a che fare con l'universalmente umano e perciò alludono tutti a relazioni fondamentali e a situazioni critiche dell'esistenza (in qualche modo assimilabili alle “situazioni limite” di jaspers).

Per fare un esempio di evidenza pressoché intuitiva, le innumerevoli figure di madre - divine, umane, teriomorfe, vegetali e minerali - che popolano tutte le culture, nonché le vicende esemplari in cui esse sono inserite, rinviano tutte a quella che è stata definita una ‘astrazione tematica’, l’archetipo materno, e alludono dunque a quel fondamentale e ineludibile rapporto positivo/negativo con ciò che sinteticamente possiamo chiamare “il materno dentro di noi”...  

Augusto Romano - Prefazione al libro di Jacques de la Rocheterie La natura dei sogni. Dizionario di interpretazione dei simboli della natura