L’esegesi religiosa ha tradizionalmente interpretato il racconto della costruzione della torre di Babele (Genesi II, 1-9) come un episodio dell’avventura eminentemente conflittuale che, nell’Antico Testamento, unisce Dio agli uomini. Dio castiga gli uomini impedendo loro di capirsi, poiché, edificando la torre che presumibilmente avrebbe unito il cielo alla terra, essi ostacolano il progetto divino che, come si apprende dal racconto iniziale della creazione, mira invece a dividere il cielo dalla terra.
L’episodio della torre di Babele appare come la risposta che la cultura ebraica dà alla constatazione empirica della pluralità delle lingue e agli interrogativi di ordine metafisico che essa pone. Questa risposta postula che tale pluralità non sia originale, contemporanea al momento iniziale della creazione, ma che, al contrario, succeda ad una fase di unicità linguistica.
“L'Occidente, così come è monoteista in materia religiosa e monoscientista in materia di conoscenza (l'unità della scienza è stato il tema centrale della filosofia fino all’epoca moderna), è originariamente monogenetista in materia linguistica” (S. Auroux).
Non tutte le culture postulano la monogenesi linguistica
Olivier Soutet Manuale di linguistica
2 marzo 2025
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