Un sogno, descrittivamente, è una più o meno estesa sequenza di immagini che si presentano durante il sonno. Talvolta ciò che vediamo ha una sua coerenza realistica e sembra alludere a oggetti o avvenimenti tratti dalla vita diurna o addirittura riprodurli; altre volte si tratta invece gli episodi strani, ‘impossibili’, che contraddicono le leggi naturali o comunque le aspettative del sognatore e sembrano aprire uno spiraglio su di un mondo ‘altro’, sconosciuto e perciò stesso inquietante.
Di fronte al fenomeno del sogno la mente riflessiva si è da sempre posta il problema del significato; si potrebbe scrivere una storia della cultura assumendo come punto di riferimento le idee che nelle varie epoche storiche sono state espresse sull'esperienza onirica. D'altro canto, mi sembra interessante notare come l'uomo comune abbia un atteggiamento ambivalente nei confronti dei sogni: da una parte ne è attratto come da ogni altra cosa che allude a un mistero; al tempo stesso però tende a minimizzare il significato dei propri sogni, a banalizzarli e, salvo eccezioni, a rapidamente dimenticarlo.
Le cose non sono molto cambiate con l'avvento della psicoanalisi, malgrado l'importanza attribuita ai sogni da questa dottrina. Il sogno viene perciò valorizzato soprattutto negli studi degli psicoanalisti oltre che, da sempre, nelle stanze dei poeti.
La psicoanalisi conosce due dottrine del sogno, tra loro assai diverse ma non necessariamente incompatibili. La prima, e più nota, è quella elaborata da Freud, secondo cui il sogno rappresenta il soddisfacimento mascherato di desideri rimossi. Questa tesi consegue direttamente alla teoria secondo cui l'inconscio è, per così dire, il deposito dei materiali psichici incompatibili e, in particolare, della sessualità infantile rimossa. La teoria freudiana è dunque orientata in senso causale-riduttivo in quanto, secondo il modello positivistico cui Freud esplicitamente si ispira, è volta a cogliere nelle manifestazioni attuali della vita psichica le cause che ne sono il fondamento, a vederle cioè come espressioni delle vicende dell'istinto sessuale.
La dottrina junghiana, senza negare la possibilità e anche, in certi casi, l'opportunità di considerare i fenomeni onirici da questo punto di vista, propone però una diversa teoria dei sogni. Essa si fonda sul concetto di compensazione, secondo il quale i contenuti onirici hanno appunto la funzione di compensare, cioè di bilanciare o riequilibrare un atteggiamento cosciente e orientato troppo unilateralmente. Il principio di compensazione onirica è un'applicazione particolare della generalissima teoria junghiana per la quale la vita procede dal gioco degli opposti e la sanità psichica consiste nella capacità di tenere i contrari in un equilibrio che è costantemente minacciato di dissociazione.
L'interpretazione junghiana dei fenomeni onirici è perciò orientata in senso non già causale ma finalistico, in quanto ammette che i sogni abbiano per così dire uno scopo e vogliono perciò ottenere un effetto. Espresso in termini generali, l'effetto dovrebbe essere appunto quello di facilitare l'accordo, sempre variamente compromesso, tra atteggiamento cosciente e atteggiamento inconscio, forzando la coscienza del sognatore a prendere in considerazione dati essenziali dei quali questa non vuole riconoscere l'esistenza o l'importanza. Il finalismo del sogno sta dunque nel favorire nuove sintesi, nuove configurazioni in cui gli opposti stiano in tensione. Operatore di tali sintesi è, come vedremo, il simbolo.
Per completare il quadro, occorre aggiungere che la concezione junghiana non riduce alla sessualità le multiformi manifestazioni della vita psichica e che, inoltre, non ritiene che l'inconscio sia soltanto il deposito dei desideri rimossi. In altri termini, mentre l'inconscio freudiano è costituito essenzialmente da materiali che una volta sono stati coscienti (per cui si può dire che la rimozione fonda l'inconscio), l'inconscio junghiano si estende al di là del territorio del rimosso.
Oltre l'inconscio personale, Jung, riprendendo temi già presenti nella filosofia e nella letteratura dell'età romantica, postula l'esistenza di un inconscio collettivo (o psiche oggettiva) comune all'umanità intera e retto da archetipi, intesi come patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuali. La loro funzione è quella di organizzare l'immaginario collettivo: figure e motivi mitici e favolistici ricorrenti nella cultura di tutti i popoli, così come nei sogni degli individui, devono intendersi pertanto come luoghi in cui si manifesta l'archetipo quale categoria a priori che struttura l'esperienza immaginale. Tali contenuti archetipici hanno a che fare con l'universalmente umano e perciò alludono tutti a relazioni fondamentali e a situazioni critiche dell'esistenza (in qualche modo assimilabili alle “situazioni limite” di jaspers).
Per fare un esempio di evidenza pressoché intuitiva, le innumerevoli figure di madre - divine, umane, teriomorfe, vegetali e minerali - che popolano tutte le culture, nonché le vicende esemplari in cui esse sono inserite, rinviano tutte a quella che è stata definita una ‘astrazione tematica’, l’archetipo materno, e alludono dunque a quel fondamentale e ineludibile rapporto positivo/negativo con ciò che sinteticamente possiamo chiamare “il materno dentro di noi”...
Augusto Romano - Prefazione al libro di Jacques de la Rocheterie La natura dei sogni. Dizionario di interpretazione dei simboli della natura
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