I dizionari si possono ancora definire i custodi della lingua? Un tempo i vocaboli erano scelti con grande cura e spesso rifiutati, perché ritenuti inaccettabili. Era un onore per una parola entrare a far parte, a tutti gli effetti, dell'italiano. Oggi invece, un dizionario raccoglie in genere tutte le parole, senza alcuna operazione selettiva, e le espone all'ingenuo consultatore come un qualsiasi prodotto commerciale sugli scaffali di un supermercato. Chi consulta un dizionario cerca anche un indirizzo di lettura, non soltanto un elencazione d'uso; chiede di poter scegliere la parola migliore e la più appropriata non quella che è più facile usare o è più pubblicizzata dai media. E se non c'è più qualcuno in grado di fornire una chiave di lettura, secondo quali principi si potranno individuare i significati propri, le possibili sfumature o i sensi nascosti di ciascun vocabolo?
Le parole non sono più analizzate con lo stesso rigore grammaticale di un tempo: a nessuno più interessa ricercare le vere radici dell'essere né scoprire le segrete desinenze del divenire. Non è più la parola, in base all'etimologia, a determinare il significato ma è il contesto che confeziona alla parola l'abito adatto alle circostanze. Il contesto, questo micidiale livellatore verso il basso, ha reso tutte le parole simili e intercambiabili, affrancando qualsiasi significato. È il contesto che santifica e redime le impurità linguistiche, trasmutando i significati possibili in significati reali.
Dizionario degli errori Rusconi Editore (Introduzione)
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